AVVISO AI NAVIGANTI
Il blog e il suo autore vanno in ferie per qualche tempo. Auguri di buon anno a tutti i passanti.
DA EST A OVEST
Notizie della finanza (e non solo) dal mondo
No pasaràn.
Lukoil è costretta a ritirarsi dalla campagna di Spagna. Il colosso energetico russo ha dichiarato chiusa l’operazione che prevedeva un suo ingresso (pesante) nel settore energetico spagnolo, attraverso uno dei pezzi pregiati, la Repsol Ypf. La moral suasion di José Luis Zapatero, e di molti suoi ministri, ha dunque raggiunto l’obiettivo. Il gruppo russo, acquistando una quota del 29,9% (il 20 dal gruppo immobiliare Sacyr e il 9,9 da La Caixa e Caixa Catalunya), per un importo tra i 6 e i 13 miliardi di dollari, avrebbe avuto il controllo della più importante compagnia petrolifera spagnola. Dopo un mese in cui si sono succedute molteplici voci circa l’operazione, ieri il presidente di Lukoil, Vagit Alekperov, ha spiegato che il programma relativo ai progetti internazionali su vasta scala è stato rinviato. Repsol ha dunque un po’ di tempo per trovare un nuovo socio. Meglio se di provenienza iberica.
Case Usa
Sta per arrivare il conto (definitivo) per i proprietari di case negli Usa, che rischiano di perdere complessivamente oltre 2.000 miliardi di dollari nel 2008, in termini di valore delle loro proprietà. Il prezzo delle abitazioni Usa è calato già di 1.900 miliardi nei primi nove mesi di quest’anno, e probabilmente segnerà un ulteriore cedimento nel trimestre in corso, secondo quanto riferisce Zillow, società di ricerca del settore immobiliare. Tale cifra supera i 1.240 miliardi di valore persi nell’intero 2007. E se non bastasse il 14,3% dei proprietari di abitazioni singole sono indebitati, per pagarle, per cifre superiori al loro valore.
L’isola del tesoro
L’isola del tesoro ha finalmente un prezzo: 775 milioni di dollari. Non stiamo parlando di quella protagonista del romanzo di Robert Louis Stevenson, ma della controllata di Mgm Mirage, che in quanto a fantasia non è seconda nessuno. In ottobre i ricavi del gioco d’azzardo sulla famosa Strip di Las Vegas sono infatti scesi per il decimo mese consecutivo, con il drastico taglio delle spese per i viaggi da parte dei consumatori e la diminuzione dei voli sul Nevada da parte delle compagnie aeree. Il risultato è l’accordo raggiunto ieri tra la società di Kirk Kerkorian e l’imprenditore immobiliare Phil Ruffin per la cessione del Treasure Island Hotel & Casino, complesso alberghiero dotato di sala da gioco con 2.885 camere e suite. La Ruffin Acquisition verserà 500 milioni in contanti e 275 milioni in titoli garantiti. La società di Las Vegas ha detto che prevede di ottenere una «significativa» plusvalenza dalla vendita, che potrebbe essere completata entro il secondo trimestre del 2009. Mgm Mirage aveva comprato Treasure Island nell’ambito dell’aggregazione tra Mgm Grand e Mirage Resorts nel 2000.
Lvmh investe 16 mln sul Brenta
La maison francese punta sul distretto delle calzature di lusso veneziano per la realizzazione della fabbrica, che il gruppo Bido Costruzioni consegnerà a giorni
L
ouis Vuitton sceglie la Riviera del Brenta per la produzione delle sue calzature e investe 16 milioni di euro per la realizzazione di una nuova fabbrica a Fiesso D’Artico (Venezia), che sarà pronta tra poche settimane. L’obiettivo del marchio del lusso è chiaro: diventare leader mondiale anche nel settore delle scarpe. Ovviamente di lusso. E la maison francese ha scelto il distretto brentano, dove le scarpe le sanno fare bene da oltre un secolo, e che nel 2007, parola del presidente dell’Acrib Giuseppe Baiardo, è stato «l’anno record degli ultimi 25 anni». A dispetto della crisi dei consumi.
La nuova struttura di Lvmh, che sarà completata nei primi mesi del 2009, potrà dar lavoro fino a 350 operai, e all’interno della fabbrica è previsto l’intero processo di produzione di calzature da donna, sneakers, mocassino e uomo elegante. E poi l’ufficio stile, il reparto ricerca e una galleria che raccoglierà calzature e oggetti. In tutto 12.000 metri quadrati coperti e 40.000 totali.
Il gruppo francese è sbarcato lungo le sponde del Naviglio Brenta dieci anni fa, nel 2001 l’acquisto di varie aziende (Arcad, Monique), fino a Saint Germain. Tutte realtà piccole, ma con una solida cultura artigianale della calzatura. E poi dal 2003 il controllo su Rossimoda. Dalla nuova fabbrica di Louis Vuitton usciranno calzature che raggiungeranno ogni angolo del Pianeta, che si troveranno nelle vetrine delle boutique a 300 euro per l’uomo, per le donne si parte dai 500 euro.
La costruzione della nuova fabbrica è stata affidata alla Bido Costruzioni, che ha battuto la concorrenza internazionale, un’azienda che opera nel settore edilizio da quasi settant’anni. Fondata nel 1939 da Secondo Mario Bido, muratore e poi capomastro nell’allora più grossa ditta italiana di costruzioni, è una tipica storia del Nordest. L’impresa ha saputo cogliere le occasioni di sviluppo edilizio che si sono profilate in Veneto, durante la ricostruzione postbellica. Il salto di qualità è avvenuto in concomitanza con il boom economico degli anni 50 e 60 e con l’ingresso in azienda dei figli. Negli ultimi decenni Bido Costruzioni si è specializzata anche nel settore delle ristrutturazioni e del recupero conservativo. Oggi l’azienda, che conta 50 addetti, è arrivata alla terza generazione. «Il nostro successo - ha spiegato a F&M Alberto Bido, presidente della società e nipote del fondatore - si basa sulla scelta di fornire costruzioni di qualità, in un target medio-alto». Una scelta che ha permesso al gruppo di non sentire la crisi immobiliare. Nel 2008 Bido Costruzioni registra infatti la crescita del 30% del fatturato rispetto al 2007.
Il piano Bernabè supera l’esame Cds
Default swap in discesa dopo la presentazione londinese delle strategie 2009-2011. «Ambizioso» ma sostenibile, grazie ai 22 mld di cash flow, l’obiettivo della riduzione della leva finanziaria. Purché si tagli la cedola
Le condizioni economiche e di mercato obbligano «ad affrontare in modo prioritario la riduzione dell’indebitamento». Obiettivo: abbassare il rapporto debito/Ebitda a 2,3 circa a fine 2011 (da un 3 attuale). E sotto la soglia dei 30 miliardi di euro. L’amministratore delegato di Telecom Italia Franco Bernabè ha indicato chiaramente da Londra la linea da seguire nei prossimi tre anni, fatta di tagli, dismissioni e riorganizzazione. Ma la parola d’ordine è deleveraging, la riduzione del debito rispetto ai mezzi propri.
L’indebitamento finanziario netto del gruppo al 30 settembre scorso è pari a 35,77 miliardi, in calo di 1,40 miliardi rispetto al 30 giugno. E proprio la «severa cura finanziaria» contenuta nel piano strategico 2009-2011 sarà destinata ad abbattere parte di questo debito (pari a 5 miliardi di euro). Una scelta quasi obbligata: senza l’adeguata flessibilità finanziaria è infatti più difficile ipotizzare scelte di sviluppo. Ed è la linea ribadita anche dal direttore finanziario di Telecom Italia Marco Patuano: «La società, grazie ai 22 miliardi di free cash flow generati nel prossimo triennio, può guardare con relativa fiducia alla tenuta della struttura finanziaria». Soldi necessari anche per affrontare le prossime scadenze del debito (14 miliardi nei prossimi tre anni).
UN PIANO AMBIZIOSO. Intanto Telecom Italia incassa anche un miglioramento dei Cds riferiti al gruppo. Nell’ultimo periodo la società di tlc ha visto migliorare il proprio credit default swap (con scadenza a cinque anni) a ridosso delle presentazione del piano strategico, rispetto al peggioramento generale dell’economia registrato negli ultimi mesi. Sintomo che il mercato crede nelle potenzialità del piano strategico. «Un piano ambizioso - commenta a B&F un analista che preferisce rimanere anonimo - ma che riteniamo attuabile. Da valutare sono ancora gli oneri per l’uscita dei nuovi esuberi, che impatteranno sui conti. E tutto dipenderà anche dalle condizioni macroeconomiche, per le quali però il board di Telecom Italia può far ben poco». Il gruppo di tlc intende migliorare i conti «attraverso la disciplina finanziaria e le cessioni che saranno indirizzate a ridurre il debito», ha continuato Bernabè. Telecom Italia ha deciso anche un nuovo taglio del personale, altre quattromila unità rispetto alle cinquemila concordate a settembre con i sindacati, e la cessione di asset non strategici (tra i quali anche parte di Telecom Italia Media), per concentrarsi su Italia e Brasile. Dalle cessioni sono previste entrate per 3 miliardi di euro. Vengono confermati i target 2008 (che rispetto al piano presentato a marzo avevano già subito una revisione) e per il 2009 il piano vede indicatori stabili e un rapporto debito/Mol a 2,9. Sul triennio la crescita media annua sarà superiore al 2%, con un margine Ebitda al 39% e un flusso di cassa pari a circa 22 miliardi. Questo permetterà a fine periodo di avere una «significativa riduzione del debito» (con un rapporto tra debito e margine operativo lordo a 2,3). Il piano individua poi sette aree di intervento secondo un modello lean company (società snella), con una riduzione complessiva di costi e investimenti per circa 2 miliardi di euro nel 2011.
IL GIUDIZIO. A Morgan Stanley il piano piace. L’analista Nick Delfas conferma overweight con target price a 1,5 euro: i target indicati da Telecom Italia al 2011, nel caso che le dismissioni siano portate a termine, implicano un surplus di risorse tra 0,04 euro e 0,10 euro per azione.
«Il piano è positivo e risponde alla rifocalizzazione del business, ma abbiamo una posizione wait and see - ha spiegato Carlos Winzer, senior vice president di Moody’s, che dà al debito Telecom un rating di Baa2 con prospettive stabili - Il focus è una continua riduzione dei costi, ulteriori tagli di organici anche significativi e dismissioni. Cose che serviranno a ridurre il debito». Un miglioramento del rating, prosegue Winzer, sarebbe però «prematuro». Nomura invece è neutrale, «con i target di deleverage ancora allontanati, le agenzie richiederanno un taglio del dividendo per mantenere i rating investment grade». Goldman Sachs e Merrill Lynch hanno alzato il target price, la prima a 1,09 (da 0,97), la seconda ha invece alzato il tp sul titolo ordinario del 4% a 1,20.
LA CEDOLA. E ora l’attenzione si sposta sullo stacco del dividendo (quest’anno, 8 centesimi per le ordinarie). Ma la decisione non verrà presa, assicura Bernabè, prima del cda in programma il 27 febbraio. Gli analisti sono concordi: la cedola ci sarà, probabilmente ridotta. Per Unicredit il dividendo è necessario per Telco, di qui la previsione e quindi la previsione che ci sarà comunque (ma con un taglio del 20%). Deutsche Bank si aspetta un dividendo tagliato a 6 centesimi, Credit Suisse solo di quattro.
L’Italia che fa risparmiare la Regina
BravoSolution, spin-off del gruppo Italcementi, fa risparmiare 500 milioni di euro l’anno ai contribuenti inglesi, grazie alle sue applicazioni
Il Ha portato il negotium dove deve stare nel Terzo Millennio, su Internet, mettendo in contatto migliaia di venditori con un unico acquirente che in base a un bando dettagliato online trova esattamente quello che cerca. E a minor prezzo. Ma a risparmiare non è solo il compratore, in alcuni casi, è anche il contribuente. Sì perché la società italiana BravoSolution, nata nel 2000 da uno spin-off del gruppo Italcementi, lavora dal 2004 con il governo britannico, in particolare con il ministero dell’Educazione, e con numerosi enti locali. E permette al contribuente di Sua Maestà un risparmio annuo di mezzo miliardo di euro. BravoSolution, passata indenne dalla bolla di Internet del 2001, è diventata l’azienda leader europea in soluzioni per la Supply Management Excellence, al terzo posto al mondo dietro a due colossi americani, che però registrano forti perdite nei bilanci. La società italiana offre software e servizi per la gestione dei processi di acquisto e ha recentemente messo a segno l’undicesimo trimestre profittevole consecutivo, segno che il business funziona e si autosostiene.
Nello specifico BravoSolution aiuta oltre 20mila clienti a gestire l’intero processo di approvvigionamento, agevolando le divisioni aziendali nella condivisione dei dati di acquisto e nella gestione strategica della relazione con i fornitori. Risparmiando così anche molto tempo. I ricavi dei primi due trimestri del 2008 della società hanno registrato un incremento del 43% rispetto allo stesso periodo del 2007, confermando il trend di crescita: negli ultimi tre anni BravoSolution ha registrato un incremento medio del 32% annuo. Grazie alle acquisizioni effettuate nel corso del 2007, e a un’ulteriore espansione nel mercato della Supply Management, BravoSolution stima di continuare a crescere anche nel 2008, con una previsione di fatturato per l’anno di 50 milioni di euro.
E prosegue anche nelle assunzioni, soprattutto in Italia. Nel nostro Paese quest’anno ha inserito nel proprio team circa 50 persone. Ora la struttura societaria è così composta: 12 uffici in otto Paesi (Italia, Francia, Messico, Spagna, Olanda, Gran Bretagna, Cina e Usa) in tre continenti. E 400 sono i dipendenti. Negli ultimi tre anni sono state assunte complessivamente, a livello mondiale, oltre 250 nuovi addetti.
A guidare il gruppo dall’agosto scorso, dopo alcuni anni a capo della controllata britannica, c’è Nader Sabbaghian, 39 anni e vero globetrotter. Nato in Iran, ha una laurea in Ingegneria in Canada e un master negli Usa. Sposato con un’italiana, abita a Londra con i suoi due figli. Il lavoro è invece a Milano, zona Lambrate. Un’unica passione: la maratona. Il suo personale è 3 ore e 29 minuti, che vuole limare ulteriormente. Per farlo si sveglia tutte le mattine alle 6, allenamento e poi di corsa in ufficio. Imporsi all’estero non è stato semplice, l’Italia in genere non dà un’immagine di efficienza. «All’inizio c’era una certa diffidenza nei nostri confronti, ma ben presto superata dopo aver visto i nostri prodotti e software, interamente ideati da noi - spiega a Finanza & Mercati l’amministratore delegato della società - La nostra piattaforma via Web, che taglia il passaggio attraverso gli intermediari, ha avuto successo». Dopo il primo periodo, già nel 2001 la società si presenta sui mercati esteri di Spagna e Francia, dove ha acquistato Mobile Workers. «Quando siamo nati c’erano 1.500 aziende nel nostro segmento B2B - prosegue Sabbaghian - oggi ne rimangono 150, e solo 15 hanno un fatturato sopra dieci milioni». Dal 2004 è arrivata la «commessa» britannica, con il portale acquisti che media contratti per 30 miliardi l’anno, riducendo anche i tempi da tre mesi a tre giorni per l’individuazione del vincitore del bando. L’ultima mossa è stata l’acquisizione, a fine 2007, di uno dei colossi del mercato Usa, la Verticalnet, per 10,6 milioni.
Attraverso il software di BravoSolution sono passati contratti per appalti «chiavi in mano» delle cose più disparate: dalla realizzazione di torre uffici, servizio stampa volantini a produzioni di uova di Pasqua, costruzione linea alta velocità, ristrutturazione poli di stampa. E ancora: servizi di trasporto via terra, latte in polvere, servizio trascrizione per tribunali fino al carbone.
All’italiana BravoSolution si affidano gli acquisti delle società globali del calibro di Delta Airlines, Grupo Planeta, L’Oreal, Eads, la metropolitana londinese, United Airlines, Unilever, PepsiCo e moltissimi altri. E in particolare il colosso dell’energia francese Edf. Il portale targato BravoSolution ha gestito in un anno acquisti per circa 7,5 miliardi di euro, attraverso oltre 24.500 negoziazioni e 12.200 fornitori coinvolti. In Italia i clienti privati sono Autogrill, Telecom Italia, Sea Aeroporti di Milano e Intesa Sanpaolo. Sul fronte pubblico, nel nostro Paese, BravoSolution sconta ancora qualche difficoltà, il primo a crederci è stato il Comune di Genova, alcuni anni fa. In Gran Bretagna invece, il corrispondente della nostra Corte dei Conti, ha segnalato nella relazione annuale la BravoSolution tra le dieci eccellenze nell’uso dell’information technology al servizio della Pubblica amministrazione.
«In un’economia globale sempre più competitiva, le imprese hanno bisogno di soluzioni che le aiutino a gestire la spesa nel modo più efficace», ha concluso Sabbaghian. Soluzioni che potrebbero servire anche alla nostra Pubblica amministrazione. Sempre che i nostri amministratori locali abbiano voglia di risparmiare.
I TACCHINI PRONTI PER STASERA
Questa sera negli Stati Uniti festeggeranno il Giorno del Ringraziamento. In poche ore faranno fuori ben 90 milioni di tacchini. Oltre che un grande massacro di volatili, si tratta di una grande prova di organizzazione industriale: rendere disponibili ogni anno, per un solo giorno, 90 milioni di tacchini uccisi. Sulle tavole di tutti i paciosi americani.
Bhp lascia l’assalto a Rio Tinto
Dopo mesi il gruppo anglo-australiano ritira ufficialmente l’offerta da 66 mld di $, causa la crisi delle materie prime. Londra approva
Il crollo del prezzo delle materie prime e l’aumento dei costi costringono Bhp Billiton a rinunciare all’assalto a Rio Tinto. Il gruppo minerario anglo-australiano ha annunciato ieri il ritiro della propria offerta di acquisto da 66 miliardi di dollari (pari a 50,8 miliardi) sulla concorrente. E le reazioni in Borsa a Londra non si sono fatte attendere: Bhp è cresciuta del 7,24% (a 1.051 pence), mentre Rio Tinto è sprofondata del 36,73% (a 1.550 pence), toccando anche il -43 per cento.
Un corteggiamento lungo e travagliato quello di Bhp: il valore è sceso infatti sensibilmente sulla scia del calo dei valori di Borsa; da un massimo di 194 miliardi di dollari offerti il 19 maggio scorso ai 66 miliardi (in base alla chiusura degli scambi a Londra di lunedì). Il gruppo anglo-australiano proponeva infatti 3,4 azioni per ogni azione di Rio Tinto. Il secondo produttore mondiale di minerale di ferro aveva invece più volte respinto l’offerta in carta, dicendo che sottovalutava l’azienda e le sue prospettive di crescita. Un braccio di ferro durato mesi. Ieri l’epilogo.
«L’acquisto di Rio avrebbe aumentato l’esposizione debitoria della società e sarebbe stato difficile vendere delle attività - ha spiegato ieri il ceo di Bhp, Marius Kloppers -. La crisi finanziaria globale, la peggiore dalla Grande Depressione, ha bloccato il mercato creditizio e tagliato la domanda di materie prime, facendo crollare i prezzi». La Commissione europea aveva espresso il timore che la fusione delle due società avrebbe potuto limitare la concorrenza nel settore del minerale di ferro. Mentre le autorità australiane e americane avevano già dato il loro assenso alla fusione.
Posata la prima pietra della «casa dei tifosi juventini»
Presentato il progetto del nuovo stadio del club bianconero. Costerà 100 mln di euro. Previsti 40.200 posti. La scelta del nome andrà a SportFive per 12 anni in cambio di 75 milioni di euro
Su il sipario sul nuovo stadio della Juventus. Ieri, a l Lingotto di Torino, è stata posta idealmente la prima pietra della «casa dei tifosi juventini», che sarà pronta tra mille giorni, in tempo per la stagione calcistica 2011/2012.
Il nome della struttura si deve ancora trovare, fa parte infatti del contratto che la Vecchia Signora ha sottoscritto con il leader mondiale del marketing sportivo SportFive, società tedesca del gruppo Lagardere, che ha già mediato vari progetti di naming right soprattutto in Germania.
La Juventus è il primo grande club italiano a dar vita a questo innovativo programma di sponsorizzazione, che porta per la prima volta nel nostro Paese un modo nuovo di valorizzare il ruolo degli stadi. In virtù dell’accordo del valore di 75 milioni di euro SportFive gestirà in esclusiva, per 12 anni a partire dall’ultimazione dell’impianto, il nome del complesso sportivo. E inoltre collaborerà ad altri aspetti legati alla valorizzazione del marchio Juventus, come la gestione dell’ospitalità vip. «Questo stadio sarà un asset importante per la Juventus - ha spiegato l'ad della società di calcio quotata, Jean-Claude Blanc - Grazie all’accordo innovativo con SportFive, che ha creduto nel brand Juve a livello internazionale, faremo un’opera da 100 milioni di euro, senza toccare gli investimenti per rendere competitiva la squadra».
Lo stadio, che sorgerà sulle macerie del vecchio delle Alpi, potrà ospitare 40.200 spettatori ed è stato concepito con i massimi standard di sicurezza. L’accesso, privo di barriere architettoniche, avverrà da quattro ingressi posti sugli angoli, con ampie rampe. Al di fuori i posteggi auto saranno 4.000 e sarà collegato al centro della città con mezzi pubblici. All’interno spazio per 24 bar, 8 aree ristorazione, 64 sky box. Al termine degli eventi, in caso di emergenza, l’impianto si potrà svuotare in meno di 4 minuti. Ma il nuovo impianto avrà spazio anche per altro: 34.000 metri quadrati di aree commerciali e 30.000 di spazi verdi, da utilizzare 7 giorni su 7. Il progetto avrà un forte contenuto di design, grazie a due firme prestigiose dello stile italiano, Giugiaro Design e Pininfarina Extra. Gli architetti Hernando Suarez (Studio Shesa) e Gino Zavanella (Studio Gau) sono i progettisti. In platea anche il presidente della Lazio Lotito e l’ad del Milan Galliani, anch’essi interessati a uno stadio in proprio.
L’augurio del capitano della Juventus Alex Del Piero: «D’ora in avanti non invidieremo più gli stadi inglesi, anche questa volta la Juve si è dimostrata la migliore». E vorrebbe tanto esserci.
Citi-shock: 53mila vanno a casa
Maxi taglio del personale per l’istituto guidato da Vikram Pandit, che assicura sulla solidità dell’azienda. Wall Street approva la cura dimagrante. Anche Jp Morgan pronta alle forbici
L
’annuncio ufficiale, anticipato da qualche indiscrezioni, è arrivato ieri pomeriggio: Citi si appresta mandare a casa 53.000 dipendenti in tutto il mondo. Il ceo del gruppo bancario statunitense Vikram Pandit ha annunciato la pesante cura dimagrante «a breve termine», con la riduzione del 14% della sua forza lavoro. Il piano di Citigroup, che è la ex-numero uno negli Usa e mantiene la presenza più ampia all’estero, prevede così la riduzione del 20% dei costi a partire dal 2009 (a un totale di 50-52 miliardi di dollari all’anno). Mentre i costi negli ultimi quattro trimestri ammontavano a 62 miliardi. Nel quarto trimestre 2007, la banca contava 375.000 dipendenti, poi ridotti a 352.000 a fine settembre. Un precedente piano prevedeva già 23.000 tagli per quest’anno, di cui 13.000 già attuati. E Wall Street sembra non gradire: dopo un crollo in apertura (perdeva fino al 6%) il titolo è salito fino a sfiorare il guadagno dell’1%, per poi tornare in territorio negativo. Pandit ha inoltre fatto sapere che «è ottimista per il futuro», sottolineando che «il capitale è abbondante» e che la banca gode di un «solido livello di liquidità».
Fino a oggi la crisi è costata il posto di lavoro a quasi 160.000 lavoratori di banche e società di intermediazione. Citi non è infatti la sola. Dall’altra parte dell’Atlantico Jp Morgan, secondo indiscrezioni riportate del Sunday Telegraph, sarebbe intenzionata a tagliare migliaia di posti di lavoro nel mondo. E sarebbero già iniziate le consultazioni sul piano di riduzione del personale che, probabilmente, porterà all'eliminazione di 3.000 posizioni lavorative (10% del totale). La scorsa settimana fa un altro colosso come Morgan Stanley aveva annunciato un piano per la riduzione dei posti di lavoro in due delle sue principali divisioni, con taglio complessivo di circa il 10% del suo staff. Quest’operazione si somma ai 4.800 licenziamenti già effettuati.
L’indiano innamorato dell’Italia
Luthra, di Systech (parte di Mahindra Group), non nasconde l’interesse per l’imprenditoria del nostro Paese: «Se si presentano occasioni, siamo pronti a coglierle». Grande attenzione su Pmi della meccanica e nel design
Da qualche tempo Cina e India guardano con interesse (e mettendoci un sacco di soldi) al Vecchio Continente. In Italia la conglomerata a conduzione familiare Mahindra Group, ha già investito da tempo. A non nascondere l’interesse per le aziende tricolore è Hemant Luthra, ospite dell’Osservatorio Asia, ieri a Milano. Il presidente della Systech, società parte del gruppo Mahindra, è soprannominato in patria «billion dollar manager» per le sue previsioni. Ha infatti promesso di portare il fatturato della divisione componentistica auto del gruppo da zero a un miliardo di dollari in sei anni. E ci sta riuscendo.
Mahindra Group ha un fatturato complessivo che sfiora gli otto miliardi di dollari e le attività spaziano in molti differenti settori. Ma il core business restano le automobili e la loro componentistica. Ci sono poi meccanica, trattori, logistica e l’Information Technology, in cui il gruppo è all’ottavo posto in India.
Fondata a fine Anni 40, dopo che i titolari J.C. e K.C erano tornato dagli States affascinati dalle Jeep, in tutto questo tempo non ha mai mutato la filosofia di fondo: il rapporto interpersonale è essenziale. «Noi indiani ragioniamo con il cuore - confida Luthra - per questo andiamo d’accordo con gli italiani». A guidare il gruppo, oggi, c’è la terza generazione dei Mahindra, che con molta probabilità sarà l’ultima. In futuro ci sarà spazio per gli investitori internazionali e Mahindra punta a diventare la prima azienda indiana davvero globalizzata del Pianeta.
L’amore per l’Italia c’è da tempo, il nostro Paese continua ad affascinare per la cultura, il know-how nell’industria e il design. Per lo sbarco in Europa, nel 2002, la società indiana ha scelto di aprire la sede ad Ariccia (in provincia Roma) per importare direttamente i propri autoveicoli, in particolare Suv. Nel 2008 sono arrivate tre importanti acquisizioni: un’azienda di design, la Gr di Torino, la Engine Engineering (motori) di Bologna e la Metalcastello (ingranaggi), sempre nel bolognese. Ma non si fermerà qui di certo e il gruppo è attivo nella ricerca di nuove occasioni: «Un distretto industriale di grande interesse è quello emiliano». Mahindra Group ora sta valutando la situazione in Italia. «Il target è quello delle piccole e medie imprese, ma con un alto contenuto tecnologico e di design - ha affermato ieri Hemant Luthra, a margine dell’incontro milanese - La crisi in Europa sta facendo scendere i prezzi delle aziende e se si presentano occasioni, noi le coglieremo». Tempo fa si era parlato di Mahindra anche come una delle pretendenti della Bertone.
A seguire la situazione italiana c’è Alberto Strazzari, presidente di Engines Engeneering, società entrata nell’orbita Mahindra, che ha sottolineato la facilità di dialogare con i top manager della società per discutere le mosse direttamente nel quartier generale alle Mahindra Towers di Worli (vicino a Mumbai).
Alla base di ogni acquisizione, in Germania e Italia, c’è sempre un lungo fidanzamento, «occorre portare a termine una lunga integrazione pre-merger ed entrare così nell’harem di Mahindra». Come è avvenuto per la società di Strazzari: «Il nostro rapporto è iniziato come clienti di Mahindra, poi siamo diventati partner e infine è arrivato l’acquisizione: ora sotto un grande ombrello ci si ripara meglio dalla pioggia». «Noi siamo un popolo umile e abbiamo voglia di imparare - ribatte il manager di Mahindra - con le acquisizioni non vogliamo insegnare nulla, ma apprenderne il know how».
Tra Italia e India si stanno intensificando sempre più gli scambi commerciali. Gli ultimi dati disponibili mostrano una crescita dell’interscambio del 43%, quasi il doppio rispetto a quello commerciale dell’India con il resto del mondo (che si attesta su un incremento del 24%). Le esportazioni indiane verso l’Italia, principalmente in prodotti dell’industria siderurgica, veicoli e prodotti dell’industria tessile, hanno raggiunto i 3,583 miliardi (con una crescita del 42,23%). Gli ultimi che hanno concluso contratti importanti in India sono stati Fiat, Magneti Marelli e Diesel. Fino a pochi anni fa l’India era favorevole per chi ricercava manodopera low-cost e un grande mercato. Ora, grazie anche alla nuova legislazione, le società del Subcontinente sono sbarcate in Europa e Usa. «L’India è un mercato estremamente interessante e complementare alla Cina, noi abbiamo i migliori ingegneri e una migliore tutela del diritto d’autore, gli investitori si fidano di noi», prosegue il manager indiano.
Figlio di emigranti dal Pakistan, Luthra ha studiato ingegneria in Germania, e lì si è innamorato della cultura industriale tedesca. L’amore per l’Italia è arrivato dopo, conquistato dai designer. Nei due Paesi europei crede molto. È entrato in società nel 2001 come vicepresidente e ha dato il via alla riorganizzazione: «Ho accorpato alcuni settore della conglomerata, che nemmeno si parlavano, al fine di risparmiare risorse e puntato sul marketing». L’obiettivo: creare l’azienda più innovativa del settore in India. «E che porti innovazione all’industria».
Il futuro dell’industria europea è difficile da decifrare, ma di sicuro il Vecchio Continente dovrà sempre più avere a che fare con manager e investitori provenienti dal Subcontinente. Ci si può contare.