Bpi, patteggiamento record su Antonveneta
L’ex Popolare di Lodi chiude le vicende giudiziarie con 94 milioni confiscati e un’ammenda di oltre un milione. Raggiunta anche l’intesa con la galassia Ricucci. Il titolo segna +2%
Maxi patteggiamento per chiudere la vicenda Antonveneta e un’intesa con le società di Stefano Ricucci sulle revocatorie. La Banca Popolare Italiana intende presentarsi senza pendenze alla fusione con la Banca Popolare di Verona e Novara, prevista per dopodomani, primo luglio. Ieri, il gup di Milano Clementina Forleo, ha accolto la richiesta di patteggiamento dell’ex Popolare di Lodi, per una cifra record di 95 milioni di euro. Un accordo lampo, sono stati sufficienti solo otto giorni, che consente all’ex Popolare di Lodi di «uscire» definitivamente dai capitoli giudiziari avviati a Milano sulla mancata scalata all’Antonveneta. Bpi era indagata come persona giuridica in base alla legge 231/01 (responsabilità oggettiva), «per non aver predisposto modelli organizzativi atti a prevenire la commissione di reati» da parte degli imputati nel procedimento, fra i quali l’ex ad Gianpiero Fiorani. Il giudice ha ordinato la confisca delle somme costituenti profitto dei reati contestati, circa 94 milioni di euro, che derivano dalla plusvalenza realizzata dall’istituto quando, nel settembre 2005, ha aderito all’Opa di Abn Amro. A questo si aggiunge anche una sanzione di 1,026 milioni. Oltre a Bpi, sempre per la responsabilità giuridica, ha patteggiato anche Bipielle Suisse con una sanzione di 330mila euro. «La confisca non avrà riflessi sui conti - ha spiegato la Bpi - poiché avevamo già provveduto a stanziare un fondo rischi e oneri di pari importo». Determinanti, secondo la Bpi, sono state «le modifiche apportate all’organizzazione e alla governance della banca». Sempre ieri, la Bpi ha reso noto di aver raggiunto un’intesa con Magiste International, Magiste Re e Garlsson Re, che prevede la rinuncia ad azioni risarcitorie da parte di queste tre società in cambio di 26 milioni (su 176 milioni). Il titolo è salito del 2,09% a 11,14 euro).La pubblicità sale, ma poco +2% nel 2007
Il presidente uscente Malgara dà le stime e critica il ddl Gentiloni: «Frena la crescita»
La crescita del mercato pubblicitario in Italia «sarà intorno al 2%». Per il 2007 si prevedono «ombre e luci, con settori che vanno bene e altri che non vanno come si vorrebbe». È il commento di Giulio Malgara, presidente uscente della Upa (Utenti Pubblicità Associati), nel corso dell’assemblea annuale dell’associazione, che si è tenuta ieri a Milano. E non risparmia le critiche al ddl Gentiloni sul riordino del sistema televisivo, ritenuto «un freno alla crescita». Se da una parte l’Upa «conviene sulle premesse da cui il ddl muove», dall’altra ne «contesta le conclusioni e le misure che vorrebbe introdurre». In particolare, agli inserzionisti «non piace il tetto del 45% della raccolta pubblicitaria» perché è ritenuta «una misura illiberale e contraria alle regole che dovrebbero ispirare un sistema economico aperto», ha aggiunto Malgara. «L’applicazione della soglia, comprimendo la raccolta, produrrebbe un inasprimento dei costi per gli inserzionisti», così come «il trasferimento anticipato di due emittenti sul satellite determinerebbe un’immediata e consistente riduzione dei bacini, con conseguente rialzo dei listini», ha proseguito il presidente dell’Upa.
Blackstone, debutto da record
Nelle pre-contrattazioni il titolo ha toccato i 45 dollari per azione (contro i 31 dell’Ipo) Nonostante il Congresso voglia aumentare le tasse sui fondi quotati dal 15 al 35%
Debutto record a Wall Street per le azioni di Blackstone, il fondo Usa di private equity. Quando mancava poco alla chiusura le azioni viaggiano a 36 dollari, in aumento dal prezzo di Ipo del 16 per cento. Nelle prime battute di seduta la quotazione massima del nuovo ticker Bx era stata di 45 dollari (+45%). Il fondo di private equity statunitense, guidato dal ceo Stephen A. Schwarzman, ha collocato in Borsa 133,3 milioni di azioni. Il prezzo è stato fissato nel massimo della forchetta, a 31 dollari per azione, per un ammontare di 4,13 miliardi di dollari di raccolta, una cifra che permette a Blacjstone di diventare la maggiore Ipo degli ultimi cinque anni negli Stati Uniti. Il valore delle quotazioni spuntato in Borsa porta dunque la capitalizzazione di Blackstone a sfiorare i 40 miliardi di dollari, circa un terzo del valore di mercato del gruppo Goldman Sachs e tre quarti delle dimensioni di Lehman Brothers. Altri 3 miliardi di raccolta, poi, si aggiungeranno con la vendita separata di una quota di circa il 10% alla Cina. Le adesioni all’Ipo sono state da record nonostante le pressioni del Congresso Usa, che ha recentemente presentato un progetto di legge per inasprire la tassazione sui fondi di private equity che propone un innalzamento dell’aliquota fiscale applicata ai private quotati dal 15 al 35 per cento. Utili in crescita e vantaggi fiscali hanno infatti spinto i legislatori a guardare ai private per ricavare maggiori fondi per l’erario. Il settore, negli Usa, ha investito in acquisizioni la cifra di 535 miliardi di dollari da inizio d’anno. Una tendenza che se verrà mantenuta nel terzo trimestre permetterà di superare la soglia di 701,5 miliardi raggiunta sull’interno 2006. Delle stessa idea è anche il premier inglese uscente Tony Blair. Tra i suoi ultimi provvedimenti, prima di lasciare Downing Street, ha chiesto il ripensare la tassazione dei fondi di private equity a seguito di lamentele avanzate da parte dei sindacati e dei parlamentari del suo partito, secondo i quali i top manager del settore pagano meno tasse degli altri cittadini.Murdoch offre MySpace per Yahoo
News Corp pronta a cedere il social network per entrare nel capitale del motore di ricerca con una quota del 25%. E il tycoon australiano procede a testa bassa nella scalata al Dow Jones
Rupert Murdoch è pronto a cedere il social network MySpace in cambio del 25% di Yahoo! Il proprietario di News Corp, che con un’offerta da cinque miliardi di dollari sta tentando la famiglia Bancroft per Dow Jones, è deciso a privarsi della comunità web, acquisita nel 2005 per 580 milioni di dollari da Intermix Media. A rivelarlo è stato ieri il quotidiano londinese Times, di proprietà del tycoon australiano, precisando che i contatti sono per ora allo stadio iniziale. Per raggiungere l’obiettivo Murdoch mette sul tavolo MySpace, la più grande comunità virtuale, che nello scorso marzo ha segnato 107,7 milioni di visitatori, oltre il doppio rispetto all’anno precedente. Sull’esito dell’accordo pesa anche il recente avvicendamento ai vertici di Yahoo! fra Terry Semel e il fondatore della società Jerry Yang. Proprio nei giorni scorsi il trentottenne Yang è tornato come amministratore delegato per rilanciare la società. Yahoo!, che capitalizza circa 9,3 miliardi di dollari, sta infatti attraversando un periodo nero per i conti. Ha chiuso il primo trimestre con utili in flessione da 205 milioni a 160 milioni di dollari. Il fatturato è invece salito a 1,57 miliardi rispetto a 1,17 miliardi di un anno fa. Ma mentre il «nemico» Google ha raccolto 10,6 miliardi di dollari di pubblicità nel 2006, mentre la società di Yang ne ha racimolati poco più della metà. E le quote di mercato parlano chiaro: il motore di ricerca di Larry Page e Sergey Brin ha il 55,2%, mentre Yahoo! è al 20,9% e Microsoft al 9 per cento. Negli ultimi mesi si era fatta avanti anche la società di Bill Gates, per potenziare, grazie a Yahoo!, il proprio motore di ricerca Windows Live Search. Ma poi è naufragato tutto. Ora è la volta del magnate australiano, che intende espandersi nel comparto Internet. Mentre, sempre secondo il Times, Yahoo! guarda con interesse a una presenza importante nel social network, dopo che l’offerta da un miliardo di dollari presentata su Facebook (rivale di MySpace) è stata rigettata. Il tutto accade mentre la News Corp è impegnata in un’altro tentativo di acquisto, quello della casa editrice Dow Jones, cui fa capo il Wall Street Journal. Murdoch deve superare le offerte di Ge-Pearson. E dell’imprenditore dei supermarket, Ron Burkle, membro nel cda di Yahoo! e che starebbe cercando di convincere il management ad uno sbarco nel mondo dell’editoria cartacea e via satellite.Home Depot cede calce e cazzuole
A lanciare l’offerta su HD Supply, la catena all’ingrosso del materiale da costruzione, saranno i private Bain, Carlyle e Clayton. È la prima operazione dopo il ritorno del ceo Frank Blake
Home Depot, il colosso statunitense leader nel «fai da te» per la casa, è vicino alla cessione della catena all’ingrosso HD Supply per il corrispettivo di circa 10 miliardi di dollari. L’offerta proviene da una cordata di fondi di private equity Bain Capital, Carlyle e Clayton Dubilier & Rice. La società Usa non commenta e a riferirlo sono alcune fonti vicine all’operazione, precisando che l’oggetto degli accordi è l’unità che si occupa delle vendita di materiale da costruzione. Per il gruppo Usa il settore supply pesa circa il 13% sul totale delle vendite, che nel 2006 hanno raggiunto la cifra 91 miliardi di dollari. Su questa divisione Home Depot credeva molto, avendo investito 8 miliardi di dollari in acquisizioni negli ultimi anni, nonostante gli analisti avessero consigliato di puntare su settori più profittevoli. La decisione di cedere HD Supply è stata presa nel febbraio scorso, un mese dopo il ritorno, come ad e presidente, di Frank Blake a Home Depot. Le voci relative alla cessione di queste attività si erano già diffuse nei giorni scorsi, facendo salire in Borsa la quotazione del titolo. E che ieri, nonostante la giornata negativa a Wall Street, guadagnava lo 0,7 per cento. Il nuovo ceo si deve far carico del rilancio di tutta Home Depot, che nel primo trimestre 2007 ha registrato un calo dell’utile netto pari al 33% a 1 miliardi di dollari, rispetto agli 1,5 dell’anno passato. Il fatturato è cresciuto dello 0,6% a 21,6 miliardi di dollari. E il rilancio di Home Depot passa anche attraverso la dismissioni di attività non profittevoli.I Bancroft più vicini a Ge-Pearson
Il Financial Times e Cnbc si uniscono in un fronte anti-Murdoch. Temono l’accordo tra le tv satellitari e il Wall Street Journal. Offerta con lo sconto, ma con la famiglia ancora azionista
Un accordo anti-Murdoch sarebbe alla base delle trattative tra la famiglia Bancroft, proprietaria della Dow Jones, e la nuova cordata composta da Pearson, editore del Financial Times, con General Electric. Anche a costo di uno sconto sui 5 miliardi di dollari offerta dal magnate australiano. Per accontentare gli eredi più bizzosi di Hugh Bancroft, che non intendono cedere del tutto l’azienda di famiglia, si preannuncia dunque un accordo «storico» tra i due quotidiani finanziari sulle sponde dell’Atlantico. L’interesse di General Electric è giustificato dal timore di un’unione tra il gruppo editoriale finanziario Usa con le tv di Murdoch e la concorrenza che ne nascerebbe al proprio canale satellitare economico-finanziario Cnbc. Mentre Pearson intende «proteggere» il Financial Times in Europa e Asia. Secondo quanto sostiene una delle parti in causa, il Wall Street Journal edito da Dow Jones, in un pezzo pubblicato ieri, gli accordi sono a uno stadio preliminare. La newco sarebbe divisa in tre quote: le due maggiori, tra il 40 e il 45%, andrebbero rispettivamente a General Electric e Pearson, mentre la partecipazione residua, tra il 10 e il 20%, sarebbe per la famiglia Bancroft. Anche il gruppo editoriale Usa Hearst sarebbe stato contattato per far parte della cordata. Murdoch comunque resta in pole position, forte dell’offerta del 30% superiore alla quotazione di aprile (quando è stata lanciata). Ge e Pearson hanno sfruttato lo stallo sul nodo garanzia e indipendenza del quotidiano, dopo il passaggio di proprietà.Ora la musica si paga «a tempo»
L’inglese Omnifone propone abbonamenti da 4 euro la settimana sul cellulare. Parte dall’Europa l’assalto alla coppia iPhone-iTunes
Mentre il mondo ha gli occhi puntati sugli Usa per l’imminente lancio dell’iPhone (29 giugno), da ieri è disponibile sul mercato svedese, e presto in tutta Europa, quello che si preannuncia come l’antagonista più accreditato di Apple. La start-up inglese Omnifone, guidata dal ceo Rob Lewis, ha raggiunto l’accordo con i principali produttori di telefonia mobile (Nokia, Motorola, Sony e Samsung) per montare nei nuovi cellulari il servizio MusicStation, che consente di noleggiare la musica. Con soli 4 euro la settimana si potrà scaricare l’interno catalogo delle major (Universal, Sony Bmg, Emi e Warner) e di molte etichette indipendenti. Le canzoni avranno una protezione particolare: scaduto l’abbonamento si autocancelleranno. Il servizio, realizzato attraverso l’accordo con 30 operatori di telefonia mobile, partirà prima in Europa e poi in tutto il mondo. E ancora prima del lancio del servizio inizia la guerra di cifre tra MusicStation e l’accoppiata iTunes-iPhone. Nel primo anno il sistema di Omnifone si attende la vendita di 100 milioni di cellulari, la Apple invece si «ferma» a 10 milioni di esemplari.