Kkr prepara un’Ipo da 15 miliardi
I «barbari» pronti a debuttare entro fine anno a Wall Street, in un’operazione che passa dal delisting della controllata olandese. Il fondo, dopo solo un anno, segue la strada di Blackstone
I «barbari» bussano al portone dell’edificio numero 11 di Wall Street, a New York. Kkr, il fondo di private equity guidato da Henry Kravis e George Roberts, si prepara ad approdare entro la fine dell’anno sul listino, con un’operazione che varrebbe complessivamente fino a 15 miliardi di dollari di capitalizzazione.
Kkr, che con la storica acquisizione negli Anni 80 di Rjr Nabisco, poi confluita in Kraft, ispirò il libro-culto Barbarians at the Gate (i barbari alle porte, appunto), ha annunciato che il progetto di collocamento avverrà attraverso l’emissione di nuovi titoli. L’operazione è finalizzata a rilevare Kkr Private Equity Investors, società di buyout quotata alla Borsa di Amsterdam, costituita nel 2006. Un volta che l’acquisizione sarà definita, la nuova entità esordirà al Nyse. La società olandese gestisce asset per circa 4,56 miliardi di dollari e a conclusione della fusione, la holding deterrà il 79% del nuovo gruppo (agli azionisti di Kpe il restante). Ieri in Borsa ad Amsterdam le azioni del gruppo olandese sono schizzate oltre il 30% a 12,5 dollari. Kkr segue dunque Blackstone nella strada che porta verso la Borsa, e verosimilmente incasserà ben più dei 4,75 miliardi di dollari rastrellati dal gruppo di Stephen Schwarzman.
LA FINE DI KERRY
Obama ha raccolto oltre 200.000 persone a Berlino (più di un qualsiasi altro posto finora negli Usa). Speriamo non faccia la fine di Kerry, più amato in Europa che a casa sua. Con Zucconi che per settimane professava dagli Usa una vittoria a mani basse.
Roche, 44 miliardi per Genentech
Prosegue la stagione di fusioni nel pharma: pronte sinergie per 750-850 milioni l’anno tra i due gruppi. Il presidente Humer: «Ci rafforzeremo nella ricerca ». Ma la Borsa crede nel rilancio
Roche vuole (a tutti i costi) il 100% della controllata americana Genentech, il più grande produttore a stelle e strisce di farmaci per la lotta contro il cancro. E per farlo il colosso farmaceutico svizzero è pronto a sborsare, attraverso un’Opa, 43,7 miliardi di dollari (circa 27,5 miliardi di euro).
È febbre da M&A nel pharma, con accordi e Opa, che solo nell’ultimo mese vedono impegnate Novartis su Speedel, Glaxo su Acteilion e Teva su Barr (attualmente in corso). L’ultima della serie è dunque Roche, che a oggi possiede il 56% del gruppo e agli azionisti dell’azienda californiana offre 89 dollari per azione in contanti, l’8,8% in più rispetto alla chiusura di venerdì scorso (il premio sale al 19% rispetto all’ultimo mese). Ma la Borsa crede in un rilancio: ieri Genentech scambiava sopra a 92 dollari, il prezzo d’Opa.
L’operazione genererà sinergie annuali prima delle imposte per 750-850 milioni di dollari (pari a 472-535 milioni di euro) e si prevede che contribuirà ad accrescere l’utile nel primo anno dalla chiusura del deal. L’ufficializzazione dell’Opa è stata data in concomitanza con la presentazione della semestrale, anticipata di qualche giorno rispetto a quanto preventivato. I primi sei mesi di Roche evidenziano un risultato operativo in crescita del 2% a 7,041 miliardi di franchi svizzeri e un giro d’affari di 22,827 miliardi di franchi (in aumento del 4%). I risultati sono in linea con le previsioni degli analisti. In particolare, i mercati emergenti hanno registrato una rapida crescita, aggiungendo che il gruppo ha mantenuto un buon livello di redditività nonostante un calo significativo delle vendite di Tamiflu (il 71% nei primi sei mesi). Il blitz sui dati ha «costretto» le concorrenti Merck e Schering a fare lo stesso, durante la notte hanno resi noti i conti.
Commentando l’offerta sulla controllata Genentech, il presidente Franz Humer, ha detto: «L’operazione permetterà a Roche di rafforzare la focalizzazione del gruppo sull’innovazione e accelerare la ricerca di nuove soluzione farmaceutiche». Il gruppo finanzierà l’operazione in parte con fondi propri e in parte con finanziamenti bancari «in modo da conservare la propria flessibilità strategica per realizzare piccole o medie acquisizioni nelle divisioni diagnostica e farmaceutica». La divisione italiana ha registrato un fatturato pari a 673 milioni e punta a chiudere il 2008 a 1,3 miliardi (contro 1,26 miliardi del 2007).
LISTA DELLA SPESA
Tra qualche giorno raggiungo i 32 anni di età, e ho pensato di regalarmi un po' di libri per quest'estate (ma penso che andrò anche molto oltre). Questa la lista delle spesa:
Guerre jugoslave. 1991-1999 - Joze Pirjevec
Guerre politiche. Vietnam, Biafra, Laos, Cile - Goffredo Parise
India - Costituzione e Sistema giuridico - Domenico Amirante
Mio nome e' rosso - Orhan Pamuk
New York - Goffredo Parise
ONU. Debolezze e contraddizioni di una istitituzione indispensabile - Londa Polman
Pastorale americana - Philip Roth
Citta' della gioia - Dominique Lapierre
Giochi sacri - Vikram Chandra
Cinquantaquattro - Wu Ming
Sec, alla sbarra i big di Wall Street
Bear Stearns e Lehman hanno chiesto spiegazioni sulle speculazioni di Goldman che hanno condizionato i mercati. Convocati 50 tra istituti ed hedge fund. Nuove norme sullo scoperto
La Securities and Exchange Commission americana vuole vederci chiaro. E cita in giudizio i colossi che operano a Wall Street, tra cui Deutsche Bank, Goldman Sachs e Merrill Lynch. Il sospetto è che possano in qualche modo aver manipolato le azioni di Bear Stearns e Lehman Brothers. Tanto da determinarne il crollo in Borsa.
Lo riporta Bloomberg News, citando fonti vicine al dossier e aggiungendo che l’autorità guidata da Christopher Cox sta raccogliendo dati sulle transazioni e sulle email scambiate da manager e trader. Secondo il Wall Street Journal, gli ordini di comparizione sono stati recapitati a oltre 50 adviser di hedge fund, per ottenere dati relativi alle vendite a breve e alle negoziazioni di opzioni Bear Stearns e Lehman Brothers. Giorni fa la Sec aveva annunciato una stretta sulla ridda di voci, false, imputate di aver influito sul tracollo in Borsa delle due società. E proprio i vertici di queste due banche d’affari avrebbero contestato a Goldman Sachs di aver messo sotto pressione le rispettive azioni.
Intanto le autorità di sorveglianza americane hanno emanato una norma di emergenza per limitare alcune tipologie di vendita allo scoperto delle 19 più importanti società finanziarie, comprese Fannie Mae e Freddie Mac. La norma sarà in vigore da lunedì 21 luglio fino al 29 luglio, sebbene ci siano possibilità di estenderla per un periodo di altri 30 giorni. La Sec ha dichiarato che prenderà in considerazione norme per affrontare la questione delle vendite allo scoperto sull’intero mercato azionario.
Il listino punisce il salvagente
Governo e Istituto centrale offrono a Fannie Mae e Freddie Mac la via per uscire dalla crisi. Ma Wall Street non ci crede: e i titoli sprofondano. Altre banche a rischio default
Fannie Mae e Freddie Mac fanno molta più paura di Bear Stearns. Dopo essere schizzate del 35% in preapertura e aver inaugurato la seduta a ritmo sostenuto (Freddie Mac scambiava in progresso del 17%, Fannie Mae di oltre il 20%), le due agenzie semipubbliche specializzate in prestiti ipotecari sono rapidamente scivolate verso il basso, con un’incursione in territorio negativo.
Una volatilità (la scorsa settimana entrambe hanno perso il 45% in Borsa) che getta qualche ombra sulle rassicurazioni arrivate nel weekend da governo Usa e Federal Reserve. Il segretario al Tesoro Henry Paulson ha infatti sottoposto con procedura d’urgenza al Congresso un piano per ampliare temporaneamente le linee di credito nei confronti di Fannie Mae e Freddie Mac (che insieme controllano o garantiscono prestiti ipotecari per 5.000 miliardi di dollari), ora limitate a 2,25 miliardi, aprendo inoltre la possibilità «se necessario» per il governo di entrare nel capitale delle società.
Secondo l’amministrazione uscente di George W. Bush i due istituti devono continuare a «giocare un ruolo fondamentale nel sistema di finanziamento immobiliare nella loro forma attuale di società controllate dai propri azionisti». E per gli analisti, la discesa in campo dello Stato per il salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac, potrebbe costare ai contribuenti americani più di 100 miliardi di dollari. Sul punto è intervenuto lo stesso presidente Bush, che ha rassicurato ieri: «Le azioni non peseranno sui cittadini americani».
Intanto altre banche potrebbero fare la fine di IndyMac, che nel weekend ha dichiarato fallimento. Oltre 300 istituti, secondo Rbc Capital Markets, potrebbero andare in bancarotta nel prossimo triennio. Timori decisamente condivisi a Wall Street, a giudicare dall’andamento di titoli come Countrywide, Washington Mutual e National City (che scambiava in flessione del 30%).
Tnk-Bp, Dudley trova un alleato al Cremlino
Mentre i top manager inglesi della Tnk-Bp (a esclusione del chief executive Robert Dudley) ricevono i permessi di soggiorno per lavorare in Russia, si chiarisce il risiko societario. Ieri il vicepremier Igor Sechin ha dichiarato il pieno appoggio a Bp nella battaglia legale che li vede opposti ad alcuni miliardari russi partner per il controllo della joint venture energetica.
La scelta del Cremlino è motivata «dall’apporto di migliori tecnologie e governance offerte dal partner straniero». Ma per gli oppositori si intravede una soluzione «modello Yukos» per spartirsi l’unica società energetica non controllata da Mosca. E lo sblocco dei permessi di soggiorno sembra avvalorare la soluzione. L’Ufficio federale migrazione russo ha reso noto ieri che emetterà in extremis sette visti per alcuni top manager di Tnk-Bp. Dudley dovrà attendere fino a metà luglio.
QUEL 12%
L'88% degli italiani è disposto ad aprire un conto corrente all'estero, più degli spagnoli (71%), di francesi (68%), inglesi (58%) e tedeschi (57%). Lo rivela un sondaggio commissionato dalla federazione bancaria francese, condotto dall'Ipsos in cinque paesi. L'altro 12% dei nostri connazionali il conto all'estero ce l'hanno già.
L’Ipi, Tatò
resta al timone
No all’aumento
Non passa la proposta Finpaco per revocare l’ad. Ma il custode giudiziale si astiene ed è il solo a votare a favore della ricapitalizzazione
Franco Tatò resta al timone di Ipi. L’assemblea degli azionisti, riunita ieri a Torino, ha respinto la proposta di revoca del presidente e amministratore delegato del gruppo immobiliare avanzata dalla Finpaco Properties, società che fa capo a Danilo Coppola. Ma sulla proposta, a sorpresa si è registrata l’astensione del custode giudiziale, Donato Pezzuto. Lo stesso custode giudiziale, al contrario, si era dichiarato a favore della proposta di aumento di capitale di 200 milioni proposto dal cda. Infine, la proposta di cedere il Lingotto, avanzata dalla Finpaco di Danilo Coppola, è stata bocciata dall’azionista Bim mentre sisono astenuti la Risanamento di Luigi Zunino e lo stesso Pezzuto.
Dall’attesa assemblea della società torinese, insomma, sono arrivate più indicazioni, in parte contrastanti. Anche se Tatò tira dritto, consapevole che «presto riproporranno un’altra obiezion, statene certi», ha commentato il presidente del gruppo torinese, da tempo in rotta di collisione con Coppola, sulla carta principale azionista del gruppo.
L’assemblea degli azionisti Ipi ha bocciato anche la proposta di aumentare a 11 il numero di consiglieri e la ricapitalizzazione del gruppo. Proprio su questo punto Bim e Finpaco hanno trovato un accordo, votando contro. Astenuta invece la Risanamento di Luigi Zunino. Differenti le motivazioni: i rappresentanti del gruppo Coppola hanno spiegato che il prezzo proposto per le nuove azioni è troppo basso e determinerebbe una perdita troppo forte per gli attuali azionisti. Banca Intermobiliare avrebbe invece bocciato l’emissione di nuova carta perché ritiene troppo alto il prezzo.
«Anche senza l’aumento di capitale noi continueremo a gestire la società, con l’obiettivo di mettere i conti in regola - ha spiegato Tatò -. Il primo semestre 2008 è in miglioramento». E sulla vendita del Lingotto («è il pezzo pregiato») l’ad è categorico: «Ci sono altri asset da vendere prima».
Le scadenze di Ipi dei prossimi mesi parlano di un fabbisogno di 294 milioni. Per gli 82 milioni di finanziamento con Bpl, in scadenza a giugno, la società ha ottenuto una proroga fino a dicembre. Altri 90 milioni serviranno per i lavori di Porta Vittoria nel 2009: la situazione dell’area di sviluppo resta difficile, dopo che è saltata la trattativa con la Baldassini-Tognozzi-Pontello Costruzioni, e, nonostante, vadano avanti le trattative del cda con altri gruppi. E poi c’è la tegola dei finanziamenti concessi da società del gruppo Coppola per 122 milioni, di cui 108 milioni nei confronti di Tikal Plaza, che ha chiesto il rimborso anticipato rispetto alla scadenza del 31 dicembre 2008. Intanto, per oggi è attesa l’udienza sul sequestro conservativo chiesto da Ipi nei confronti del gruppo Coppola per il recupero di un credito da 35,5 milioni vantato nei confronti della immobiliare Valadier e di cui il gruppo Coppola si era resa garante. Poi sarà la volta dell’udienza sul sequestro del Lingotto in ambito della richiesta di rimborso anticipato del credito da 108 milioni. Decisioni della magistratura che potrebbero cambiare, in maniera definitiva, gli equilibri.
A VOLTE RITORNANO
Ieri sera guardavo il bel film sulla vita di Gandhi. La rivolta indiana è iniziata quando gli inglesi hanno annunciato di voler schedare, con tanto di impronte digitali, tutti gli indiani. 50 anni dopo è arrivata l'indipendenza.